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PIEMONTE NEBBIOLO?

Michele Fino: ok alla nuova Doc, purché con lo standard Nebbiolo d’Alba.

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News - PIEMONTE NEBBIOLO?

Chi ha paura della nuova denominazione “Piemonte Nebbiolo” rivendicata tra Astigiano e Monferrato?
«Impossibile tutelare il “copyright” dell'uva Nebbiolo, peraltro coltivata in tutto il mondo, persino in Messico», premette il professor Michele Antonio Fino, docente di diritto europeo all'Università di Scienze Gastronomiche fondata a Pollenzo da Carlo Petrini.
«Giusto però rilevare la preoccupazione delle Langhe, che – con Barolo e Barbaresco – hanno lavorato decenni per costruire il prestigio del vitigno», oggi ben espresso anche dal Roero Docg.
Al consorzio di tutela della Barbera d'Asti, a cui molti produttori si sono rivolti per poter etichettare in futuro il loro Nebbiolo, qualora venisse coltivato nelle province di Asti e Alessandria, Michele Fino offre una controproposta convincente, che il consorzio sta già esaminando: «Per “liberare” il vitigno mettendolo a disposizione di tutti ma senza compromettere la qualità dei vini e l'immagine internazionale del Nebbiolo – dice il giurista – occorre un disciplinare rigoroso, che ricalchi non il “Langhe Nebbiolo” ma il più restrittivo “Nebbiolo d'Alba”: vigneti esposti solo a sud, in cima alle colline, e rese molto basse, non oltre gli 80 quintali per ettaro. In questo modo si tutela la qualità dei vini, senza mai dimenticare che il vero punto di forza resta comunque la territorialità della denominazione: vale per il Sagrantino di Montefalco, per il Primitivo di Manduria e, a maggior ragione, per i grandissimi Nebbioli delle Langhe e del Roero, così come per quelli del Nord Piemonte: Gattinara, Ghemme, Boca, Fara, Bramaterra, Lessona, Carema. A vincere è sempre, in primo luogo, l'eccellenza riconosciuta al territorio».

Michele Antonio Fino

Michele Antonio Fino