Il vino che amo

DANIELE SEPE

Il nostro vino? Sdoganato da Hollywood. Ma guai se costa come uno stipendio!

La Voce del Vino Podcast
Il vino che amo - DANIELE SEPE

Più che la rivoluzione della qualità scattata a fine anni '80 dopo la catastrofe del metanolo, a salvare il nostro vino è stata Hollywood: «Nei film americani una buona bottiglia da aprire con una bella ragazza ha preso il posto dei soliti drink a base di cocktail».
Parola del compositore napoletano Daniele Sepe, a Monforte d'Alba con Stefano Bollani, Nico Gori e Jim Black per il progetto Napoli Trip.
«Da lì è partito il meritatissimo decollo del nostro vino». Però, puntualizza Sepe, intervistato da Daniele Lucca, «è indegno che certe bottiglie costino come lo stipendio di un operaio. Per fortuna esistono tantissimi vini eccezionali e assolutamente accessibili».
I suoi preferiti? A parte quelli sardi, non devono mai mancare i rossi campani e lucani come l'Aglianico del Vulture, incluse rarità introvabili come la Catalanesca del Vesuvio, senza scordare bianchi come la Falanghina, che da quelle parti d'estate si beve anche con le peschenoci.
«Il vino buono è quello che non ti fa venire il mal di testa. A meno che non ti facciano lo scherzo di riempire di Tavernello una bottiglia di Taurasi!».
Daniele Sepe sa di cosa parla: «Ho assaggiato il vino da neonato, prima ancora del latte: mio padre vendeva vini anche grandissimi, come quelli di Frescobaldi. Il vino è un dono della terra, che chi è venuto prima di noi ha imparato a vinificare. Godiamocelo, ma con giudizio. In armonia. Io bevo solo quando mangio e sempre in compagnia. Se devo comporre musica non bevo, ma una buona bottiglia sul palco durante i live di Napoli Trip non manca mai».

Conduce: Daniele Lucca

Daniele Sepe

Daniele Sepe