Il vino che amo

DARIO CASSINI

Vini fantastici, ma occhio al prezzo: comprateli direttamente dal produttore!

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Il vino che amo - DARIO CASSINI

«Grandi vini, tutta la vita. Ma attenti al portafoglio!».
Dario Cassini, attore e gourmand, consiglia di rivolgersi direttamente ai produttori: «E' sempre la soluzione migliore, di gran lunga, per avere qualità a prezzi onesti. Tutt'altra storia, invece, al ristorante. Provate a chiedere il prezzo al ristoratore: una bottiglia da 25 euro, a lui ne costerà 6. E questa cosa l'acquirente la deve conoscere. Insomma, al ristorante non puoi proprorre il triplo del prezzo, e infatti i ristoratori più intelligenti hanno calmierato i prezzi alla carta: perché mai proporre vini da 150 euro?».
Cassini ne è certo: il vino “costa troppo”, dichiara a Daniele Lucca.
«Premesso che i grandissimi vini, come quelli di Biondi Santi, sono veramente straordinari, nessuno crede davvero alla storia del produttore che sacrifica interi filari per lo zucchero di un solo grappolo».
Attore e globetrotter perennemente in giro per l'Italia, cresciuto e vissuto fra Roma, Napoli e la Toscana, tra i vigneti del Morellino di Scansano, Cassini – che ora vive a Todi, in Umbria – insiste sulla politica dei prezzi: «Una buona bottiglia non dovrebbe costare più di 8 euro. Io, poi, prediligo i prodotti d'accesso, più bevibili: peferisco il Rosso di Montalcino al Brunello, il Rosso di Montepulciano al Nobile di Montepulciano, il Rosso di Montefalco al Sagrantino, il Rosso Piceno al Piceno Superiore, il Barbaresco al Barolo. Onestamente: il “rumore” di una bottiglia stappata, di un bordolese classico da 12-13 euro, è un rumore secco e piacevole, non diverso da quello di un Sassicaia».
Tutto questo, naturalmente, senza dimenticare l'impegno che c'è dietro una bottiglia: «Per fare il vino ci vuole uno scienziato, anzi due – uno in vigna e uno in cantina, ti evitano tagli e solfitura. Poi va detto che fare vino di qualità, specie i rossi, ha costi davvero elevati: una barrique supera i 350 euro».
Il vino? «Insostituibile: è un piacere, è la carta d'identità della zona dalla quale proviene. Basta che non diventi un lusso».
A casa? «Dopo un buon sigaro, magari un Alsazia, o un Borgogna a 13 euro».
Bollicine? Sì, ma con giudizio: «Champagne, ok, ma non Veuve Clicquot, che è industriale. Molto più valido il Lugana del Lago di Garda». Prosecco? «No, grazie: meglio l'acqua».
Grande Sud: dal “Campanaro”, il super-Fiano dei Feudi San Gregorio, Avellino, all'Aglianico del Vulture, come lo spettacolare “Terre del Lavoro”, di Galardi: «Deve la sua forza alle bucce, cresce sulla roccia e sull'asfalto, più che emozionarti ti costringe a portare rispetto, ha mineralità e frutto, resistenza».
Microclima, altra parola magica: «Quelli del Castello di Corbara non sbagliano una bottiglia». Poi le coccole: Sciacchetrà, Piccolit.
Ma, per il vino del cuore, Dario Cassini non bada a spese: «A come Amarone, B come Brunello».

Dario Cassini

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