Wine Tales

CARUSSIN

Quarant’anni fa l’approdo al biologico, uno stile che oggi incanta il nord Europa.

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Quando si dice il destino, magari scritto col sangue: quello che uscì dalle dita di Bruna Ferro, allora bambina, quando – contravvenendo agli ordini dei genitori – si procurò un paio di forbici per partecipare alla vendemmia.
«Mi tagliai, ero disperata, i miei volevano darmele. Ma mia nonna, che si chiamava Pasqua, mi disse: tranquilla, “ti è proprio entrato il mestiere”, da grande farai vino».
Non ne era così sicuro il padre, Carlo Ferro, un uomo che ebbe il coraggio di soppiantare, di punto in bianco, la chimica: «Se passi al naturale, per qualche anno non raccogli più: magari solo 20 quintali per ettaro, anziché 70-80», spiega Bruna, fiera di quella “follia” del babbo, che quarant'anni fa mise Carussin sulla via del biologico, uno stile che oggi incanta i consumatori del nord Europa, come i norvegesi.
Tra i fan più fedeli, l'importatore Jorgen: «Dato che a Oslo il nostro “Asinòi” è richiestissimo – racconta Bruna – ci chiesero di aumentare la fornitura. Mio marito rispose di non avere abbastanza uva. C'era però in cantina la vasca del “torchiato”, coi residui di tutte le vinificazioni dei nostri vitigni a bacca rossa».
Proposta accolta: da allora fu imbottigliato anche quel rosso, perfetto per accompagnare la bagna caoda. «Lo chiamammo “Completo”, dal momento che avevamo davvero completato la vendita di tutto il vino prodotto».

Bruna Ferro con i suoi asini

Bruna Ferro con i suoi asini